Nutrizione Sistemica


Cosa è per me la “Nutrizione” e cosa significa Mangiare?

Da biologa e dunque da un punto di vista prettamente fisiologico mangiare significa nutrire il corpo con alimenti sani e dal giusto valore nutrizionale con la misura adeguata ai nostri fabbisogni.

Da biologa sistemica mangiare significa nutrire il corpo e la mente (in senso ampio) di cibo sano e gratificante cercando di raggiungere un equilibrio dinamico che porta verso la salute e il benessere.

Cosa significa?

Mangiare è sicuramente un atto essenziale per vivere e mangiare cibo sano ci permette di prenderci cura di noi e di stare in salute. Tuttavia la nutrizione non è solo una questione organica ma include anche aspetti culturali, sociali, relazionali etc.

In questo modo il cibo acquista un valore in più che il semplice valore nutrizionale e acquisisce il valore di “nutrimento” della persona nei suoi bisogni più profondi.

Nella visione sistemica il disagio nei confronti del cibo o del proprio aspetto, oltre che le patologie, derivano dall’alterazione di un equilibrio che può essere ripristinato prendendo in considerazione tutta la persona sia nei suoi aspetti fisiologici sia psicologici e sociali e che vede la collaborazione attiva del proprio io al ripristino del proprio stato di salute.

Per cui mangiare per me diventa un atto molto intimo e profondo che necessita della consapevolezza non solo del valore nutrizionale di quell’alimento e di ciò che quell’alimento determina a livello fisiologico nel mio corpo, e anche del valore profondo che io do a quell’alimento, al colore di quell’alimento, al suo profumo, al suo sapore e di quello che tutto ciò smuove a livello emozionale dentro di me.

 

“Basta un poco di zuccherò e la pillola va giù!”


Innanzitutto c’è da dire che la propensione verso il gusto dolce è un vantaggio evolutivo, come un sensore che ci avverte che in quel determinato alimento sono presenti zuccheri che ci forniscono energia.

L’uomo primitivo aveva necessità di fonti di zucchero per svolgere azioni immediate o per resistere a condizioni climatiche avverse.

Oggi questa necessità il più delle volte non c’è tuttavia ancora il dolce rimane il gusto a cui propendiamo sin all’interno dell’utero materno e che continua anche dopo la nascita quando ci nutriamo di latte, alimento zuccherino per eccellenza.

Alcuni studi hanno dimostrato la forte connessione tra gusto dolce e amigdala, una struttura del cervello profondo, quello dove primeggiano le emozioni di base o l’istinto di sopravvivenza. Da qui capirete la forte connessione tra gusto dolce e umore ed emozioni (1) (ma questa è tutta una altra storia che un giorno approfondirò in un altro articolo).

Torniamo agli edulcoranti e allo zucchero.

Esistono diversi edulcoranti utilizzati largamente dall’industria alimentare e indicati con le sigle E ed un numero e sono da E950 a E955,  E957,da E959 a E961, E969 + E420 + E421. Tra i principali l’acesulfame K, l’aspartame, il ciclammato e la saccarina.

Li troviamo nei prodotti “light”, “diet” e “senza zucchero”.

Ora capirete perché sconsiglio questi prodotti e vi dico:”se proprio dovete bere bibite, prendere quelle non light e non esagerate!”.

Partiamo dall’aspartame.

L’aspartame è costituito dagli aminoacidi fenilalanina (50%), acido aspartico (40%) e un estere metilico (10%) che diventa prontamente metanolo dopo essere entrato nello stomaco. (2)

E’ stato collegato a problemi comportamentali e cognitivi. I possibili sintomi neurofisiologici comprendono problemi di apprendimento, mal di testa, convulsioni, emicrania, stati d’animo irritabili, ansia, depressione e insonnia.

Il consumo di aspartame, a differenza delle proteine ​​alimentari, può elevare i livelli di fenilalanina e acido aspartico nel cervello. Questi composti possono inibire la sintesi e il rilascio di neurotrasmettitori, dopamina, noradrenalina e serotonina, noti regolatori dell’attività neurofisiologica. L’aspartame agisce come stress chimico aumentando i livelli plasmatici di cortisolo e causando la produzione di radicali liberi in eccesso. Alti livelli di cortisolo e eccesso di radicali liberi possono aumentare la vulnerabilità del cervello allo stress ossidativo che può avere effetti negativi sulla salute neurocomportamentale (3)

La maggior parte delle cellule nei nostri corpi hanno recettori del cortisolo che usano quest’ormone per una varietà di funzioni, tra cui la regolazione della glicemia, la riduzione dell’infiammazione, la regolazione del metabolismo, la memoria.
Alcuni sintomi di cortisolo alto sono depositi di grasso a livello della pancia, sul viso o tra le spalle, aumento di peso e difficoltà a dimagrire, assottigliamento della pelle, insonnia etc.

Ciclammato.

Non ho nulla da aggiungere al fatto che la FDA ritiene il ciclammato non sicuro per la salute perché non è stato dimostrato che non causi cancro o difetti genetici. In Italia, come in tutta Europa il ciclammato è ancora consentito (4)

Acesulfame K.

L’acesulfame K è un edulcorante artificiale. E’ stato dimostrato che questo edulcorante modifica la flora intestinale e ovviamente… non in positivo. In quattro settimane di trattamento, topini a cui è stato somministrato acesulfame k nell’acqua hanno mostrato un’alterazione della flora intestinale, aumento di peso e aumento dell’infiammazione cronica sistemica (5).

Saccarina

E’ stato dimostrato che l’impiego di saccarina induce un aumento dei livelli di glicemia e un’alterazione della flora microbica intestinale con conseguente maggior rischio di diabete (6).

Inoltre, la saccarina è cancerogena per la vescica urinaria nei ratti e nei topi e molto probabilmente è cancerogena anche negli esseri umani (7)

Credo che tutto ciò basti a evitare gli edulcoranti ed eliminarli dalla nostra dieta ma se non bastasse….

E’ stato dimostrato l’effetto negativo sulla sazietà e sulla percezione della “ricompensa alimentare”. Il consumo di dolcificanti è stato correlato ad un aumentato appetito e voglia di cibi dolci e sembra che questo sia dovuto al fatto che il sistema limbico, responsabile del meccanismo di ricompensa/gratificazione non viene attivato adeguatamente e questo porta a un diminuito effetto saziante (8).

Che dite? Meglio lo zucchero?

Si ma attenzione a utilizzare zucchero di canna integrale.

Lo zucchero integrale di canna non va confuso con lo “zucchero grezzo di canna” (il più diffuso); quest’ultimo, subisce il processo di raffinazione come lo zucchero bianco, ottenuto dalla barbabietola. Il suo colorito giallo-beige non deve ingannare, poiché è conferito dall’addizione di piccole quantità di melassa o caramello.

Ovviamente non sto a sottolineare che l’abuso di zucchero è dannoso tanto quanto l’uso di dolcificanti artificiali e non, tuttavia se proprio dobbiamo utilizzare un dolcificante per i caffè o altre bevande cerchiamo di preferire lo zucchero tenendo presente che, così come avviene, con gli edulcoranti anche lo zucchero è presente in moltissimi prodotti confezionati (e spesso inconsapevolmente lo assumiamo) che sarebbero da ridurre al minimo nella dieta quotidiana.

(1) The coding of valente and identity in the mammalian taste system

(2) Aspartame disease: an ignored epidemic.

(3) Neurophysiological symptoms and aspartame: What is the connection?

(4) file:///C:/Users/denis/Downloads/Cyclamates-45FR61474-1980-09-16.pdf

(5) The artificial sweetener acesulfame potassium affects the gut microbiome and body weight gain in CD-1 mice

(6) Artificial sweeteners induce glucose intolerance by altering the gut microbiota

(7) Carcinogenicity of Saccharin

(8) Gain weight by “going diet?” Artificial sweeteners and the neurobiology of sugar cravings

Plastica ed effetti sulla salute


Il problema della plastica è un problema mondiale di cui non si è mai parlato.
In questi giorni, le campagne di sensibilizzazione crescono a dismisura senza considerare che non vengono tuttavia date alternative alla sostituzione di questo materiale di cui le nostre case (bagnoschiuma, spazzolini, bottiglie di acqua, vaschette cibi, contenitori cosmetici, contenitori yogurt, piatti, bicchieri, posate, detersivi pavimento e bucato, pannolini, etc etc etc) e i nostri supermercati sono pieni!
Nelle materie plastiche sono contenute molte sostanze chimiche pericolose come il bisfenolo A (BPA), gli ftalati, l’antiminitroxide, i ritardanti di fiamma bromurati e le sostanze chimiche polifluorurate ecc.; tutte sostanze che costituiscono un serio fattore di rischio per la salute umana perché possono dare irritazione agli occhi, insufficienza visiva, difficoltà respiratorie, disfunzione epatica, tumori, insulino-resistenza e diabete di tipo II, sovrappeso e obesità1, anomalie scheletriche2, allergia e asma, malattie della pelle, endometriosi, fibromi, mal di testa, vertigini, problemi di fertilità, disturbi cardiovascolari e gastrointestinali, etc.
Questo è dovuto non solo all’utilizzo diretto dei contenitori di plastica nella pratica quotidiana ma anche al riversamento di tali sostanze nel sottosuolo, falde acquifere etc.
Tra tutte le sostanze tossiche contenute in essa, le due che destano maggiori preoccupazioni per la salute umana sono appunto il bisfenolo A e il di- (2-etilesil) ftalato (DEHP).
Vi è una crescente evidenza che il bisfenolo A (BPA) e gli ftalati possano influire negativamente sull’uomo perché danneggiano il sistema endocrino.
Inserendo su Pubmed la parola “bisphenol A” troviamo 653 articoli che ne parlano e ne esaminano gli effetti, evidentemente ancora troppo pochi per trovare una soluzione.
Ormai è certo che il bisfenolo A (BPA), in particolare, è un distruttore endocrino che può legarsi al recettore degli estrogeni, interagendo con altre proteine di segnalazione come fattori di crescita ed oncogeni cellulari. Numerosi dati indicano che il BPA modifica l’equilibrio fisiologico di morte e proliferazione cellulare regolato dagli estrogeni promuovendo solo la proliferazione cellulare con conseguente trasformazione delle cellule in tumorali.
Possiede anche proprietà antiandrogeniche, infiammatorie e ossidative.
Entrambe queste sostanze (Bisfenolo A e ftalati) possono essere rilevate e lo sono ampiamente nell’urina umana, nel sangue e cosa più preoccupante nel latte materno e nel liquido amniotico3,4,6.
Sembrerebbe che l’esposizione prenatale al bisfenolo A e alcuni ftalati possano modificare i livelli di adiponectina, (ormone proteico coinvolto nella regolazione del glucosio e nel catabolismo degli acidi grassi) e di leptina fetali (un ormone coinvolto nella regolazione del metabolismo lipidico e del consumo energetico).
Esiste un’ampia letteratura sugli effetti dell’esposizione a BPA durante le fasi critiche dello sviluppo. L’esposizione di femmine gravide di topo a basse dosi di BPA induce alterazioni nel tasso di crescita corporea della prole maschile e femminile, accelera la pubertà nelle femmine e riduce la spermatogenesi nei maschi, mentre nei ratti altera il comportamento esploratorio, sessuale e di gioco.
Il bisfenolo A altera inoltre la regolazione della sintesi, il rilascio, il trasporto, il metabolismo, la clearance degli ormoni tiroidei ed ha azione sui loro recettori. La maggior parte degli effetti è legata alla somiglianza strutturale di tali composti chimici con tali ormoni determinando un meccanismo di mimica molecolare ossia il sistema immunitario confonde gli ormoni tiroidei e il BPA e non lo riconosce come molecola estranea da combattere ed eliminare.
Si è visto che i bambini sono maggiormente esposti al BPA rispetto agli adulti e nella maggior parte degli studi l’assunzione giornaliera nei bambini supera la dose massima di riferimento (RfD) stabilita dalla US Environmental Protection Agency (US EPA). Tant’è che nel 2008 questa molecola è stata vietata per la produzione di biberon e giocattoli, ma è legale per altri prodotti in plastica5.
Anche le nostre abitudini alimentari ci espongono sempre più a questi composti infatti purtroppo, con il calore (provocato dall’acqua calda o dal microonde) alcuni elementi chimici tra cui appunto il bisfenolo A vengono rilasciati ed in seguito assorbiti dagli alimenti, provocando tutti gli effetti dannosi sull’organismo che abbiamo visto.
Purtroppo è molto difficile fare qualcosa visto che tantissimi alimenti che compriamo al supermercato non hanno soluzioni alternative di confezionamento tuttavia si può cercare di ridurre l’esposizione utilizzando dei buoni sistemi di depurazione dell’acqua e quindi eliminando le bottiglie di plastica, si può eliminare i contenitori di plastica per la conservazione e il riscaldamento dei cibi a favore del vetro o utilizzare pannolini o assorbenti lavabili o spazzolini in bambù in commercio su siti online etc. Se avete informazioni su come ridurre il consumo di plastica nelle nostre case, scrivete sotto l’articolo o sulla pagina facebook le vostre soluzioni.

1. A global assessment of phthalates burden and related links to health effects.
Katsikantami I, Sifakis S, Tzatzarakis MN, Vakonaki E, Kalantzi OI, Tsatsakis AM, Rizos AK.
2 A Review on the Effects of Bisphenol A and Its Derivatives on Skeletal Health.
Chin KY, Pang KL, Mark-Lee WF.

3. Association between prenatal bisphenol A and phthalate exposures and fetal metabolic related biomarkers: The Hokkaido study on Environment and Children’s Health.
Minatoya M, Araki A, Miyashita C, Ait Bamai Y, Itoh S, Yamamoto J, Onoda Y, Ogasawara K, Matsumura T, Kishi R.
4. Effects of bisphenol A and its analogs on reproductive health: A mini review.
Siracusa JS, Yin L Measel E, Liang S, Yu X.

5. Annual Review of Public Health

6. Molecular Mechanisms of Action of BPA
Filippo Acconcia , Valentina Pallottini , and Maria Marino

“Quanto più tempo risparmiamo, tanto meno ne abbiamo” (H. Rosa)


Lo stress è un fattore naturale e inevitabile della vita ma lo stress eccessivo e prolungato può portare a seri danni alla nostra salute oltre a determinare un aumento di peso. Infatti, è stato dimostrato che le persone sotto stress tendono a mangiare di più, male e troppo in fretta.

Il corpo umano è programmato per affrontare le minacce esterne secondo un meccanismo di “attacco-fuga” ma il mondo in cui viviamo ora è molto diverso da quello di migliaia di anni fa dove gli agenti stressanti riguardavano le necessità primarie di sopravvivenza fisica e a volte capita che gli agenti stressanti creino un stress continuo ed eccessivo che può compromettere la nostra salute attraverso cambiamenti deleteri nella scelta del cibo [1].

L’esposizione acuta o cronica allo stress determina una serie di risposte fisiologiche e comportamentali che alterano lo stato metabolico nell’uomo [2]

Lo stress induce l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con aumento della sintesi di glucocorticoidi  (il principale ormone glucocorticoide che tutti noi conosciamo è il cortisolo la cui secrezione è indotta dallo stress sia fisico che emotivo) e della disponibilità di glucosio.

I glucocorticoidi regolano anche l’accumulo e lo stoccaggio del grasso corporeo e possono aumentare l’appetito con conseguente aumento di peso corporeo.

Inoltre, l’esposizione acuta e cronica allo stress può alterare sia la quantità sia la qualità delle calorie consumate e interagire (argomento da me molto amato) con le emozioni [3].

Quando sotto stress circa il 35-60% delle persone riferisce di mangiare più calorie totali, mentre circa il 25-40% riferisce di mangiare di meno [4]

Inoltre, lo stress altera la selezione del cibo, si scelgono cibi altamente appetibili (cioè cibi gustosi e   densi di calorie contenenti elevate quantità di zuccheri, altri carboidrati e / o grassi) [5] e questo cambiamento può verificarsi anche in molte persone che riducono la loro totale assunzione calorica durante lo stress.

La scelta verso quello che viene definito “Comfort food” è dettata dal fatto che l’assunzione di cibo appetibile riduce le risposte allo stress, fornendo in questo modo un potenziale mezzo di “auto-medicazione” per alleviare lo stress.

L’assunzione di cibo gustoso e / o ricco di carboidrati è associata anche ad un miglioramento dell’umore, diminuzione dello stress percepito e ridotta concentrazione plasmatica di cortisolo [6].

E poi… passando all’argomento che mi appassiona e su cui organizzo spesso corsi in tutta Italia, esistono forti legami tra l’ingestione di alimenti ricchi di grassi e / o zucchero e la modulazione degli stati emotivi.

L’assunzione di cibo appetibile può alleviare le emozioni negative attenuando i segni di stress e ansia dopo l’esposizione a fattori stressanti o condizioni di stress cronico imprevedibile [7].

Tali reazioni emotive positive a cibi gustosi e densi di energia, comprese le loro azioni gratificanti ed edonistiche, sono considerate svolgere un ruolo significativo nell’eccesso di cibo e nello sviluppo dell’obesità [8].

Mentre l’assunzione di cibi appetibili può attenuare le emozioni negative e gli stati d’animo a breve termine, il loro consumo eccessivo che porta ad un aumento della massa del tessuto adiposo e dell’obesità può aumentare la vulnerabilità alla depressione e all’ansia [9].

Lo stress ha effetti profondi e multiformi sull’assunzione di cibo e sul peso corporeo, che spesso, come abbia visto sono stimolanti tuttavia la paura dello stress anticipato inibisce l’assunzione di cibo [10] e lo stress, la paura e l’ansia sostenuti sono stati collegati alla cessazione prolungata dell’alimentazione e dell’anoressia nervosa [11].

Questa soppressione dell’alimentazione è adattiva e promuove la sopravvivenza quando la paura è innescata da un pericolo reale (cioè, evitare il pericolo imminente ha la priorità sull’alimentazione).   I meccanismi neurali che controllano l’equilibrio tra fame e paura sono quindi importanti nella funzione normale e nella malattia.

Per concludere, il nostro modo di alimentarci è determinato da tantissimi fattori che non sono legati solo al valore nutrizionale del cibo. Rivolgersi ad un Nutrizionista Sistemico permette di valutare tutti gli aspetti della nutrizione e lavorare su più livelli per recuperare il benessere fisico ed emozionale.

 

  1. Oliver, G., J. Wardle, and E.L. Gibson, Stress and food choice: a laboratory study. Psychosom Med, 2000. 62(6): p. 853-65.
  2. Dallman, M.F., et al., Chronic stress and obesity: a new view of “comfort food”. Proc Natl Acad Sci U S A, 2003. 100(20): p. 11696-701.
  3. Epel, E., et al., Stress may add bite to appetite in women: a laboratory study of stress-induced cortisol and eating behavior. Psychoneuroendocrinology, 2001. 26(1): p. 37-49.
  4. Oliver, G. and J. Wardle, Perceived effects of stress on food choice. Physiol Behav, 1999. 66(3): p. 511-5.
  5. Groesz, L.M., et al., What is eating you? Stress and the drive to eat. Appetite, 2012. 58(2): p. 717-21.
  6. Gibson, E.L., Emotional influences on food choice: sensory, physiological and psychological pathways. Physiol Behav, 2006. 89(1): p. 53-61.
  7. Pecoraro, N., et al., Chronic stress promotes palatable feeding, which reduces signs of stress: feedforward and feedback effects of chronic stress. Endocrinology, 2004. 145(8): p. 3754-62.
  8. Fulton, S., Appetite and reward. Front Neuroendocrinol, 2010. 31(1): p. 85-103.
  9. Hryhorczuk, C., S. Sharma, and S.E. Fulton, Metabolic disturbances connecting obesity and depression. Front Neurosci, 2013. 7: p. 177.
  10. Schachter, S., R. Goldman, and A. Gordon, Effects of fear, food deprivation, and obesity on eating. J Pers Soc Psychol, 1968. 10(2): p. 91-7.
  11. Kaye, W., Neurobiology of anorexia and bulimia nervosa. Physiol Behav, 2008. 94(1): p. 121-35.

 

 

“Stranamente, non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso, ma continuiamo a non sapere che cosa succede.” PAPA FRANCESCO


Oggi leggendo un articolo in merito ad un trapianto di cellule del pancreas, mi sono rattristata perché mi sono venuti in mente due casi a me molto vicini a cui probabilmente nessuno ha o aveva mai detto che le cure che stanno/stavano facendo per una patologia poteva causarne altre come il cancro. Non dico che il farmaco non vada utilizzato. Se necessario, purtroppo e per fortuna il farmaco c’è e ci può far vivere una vita migliore se affetti da patologia ma forse se si sapessero alcune notizie, le persone farebbero prevenzione e vedrebbero l’alimentazione non come un mucchio di calorie ma come una medicina (nel senso vero della parola) che porta al benessere.

Parliamo di insulina, diabete e cancro.

L’insulina è un ormone secreto dalle cellule beta delle isole di Langherhans del pancreas indispensabile per il metabolismo degli zuccheri.  Il suo  ruolo più importante è quello di consentire l’ingresso del glucosio nelle cellule dell’organismo per essere utilizzato per produrre energia.  

Quando l’insulina è prodotta in quantità non sufficiente dal pancreas oppure le cellule dell’organismo non rispondono alla sua presenza, nel sangue si avranno livelli di glucosio più alti del normale (iperglicemia) favorendo, così, la comparsa del diabete.

Spesso valori sopra il range anche di poco non vengono valutati con la giusta importanza e vengono sottovalutati.
Il diabete di tipo 1, pur insorgendo ad ogni età, colpisce prevalentemente bambini e adolescenti con un esordio rapido e brusco. E’ una malattia autoimmune organo-specifica causata dalla risposta autoimmune appunto contro le cellule β pancreatiche.
Il diabete di tipo 2 è la forma più frequente di diabete (ca. 90%). Insorge tendenzialmente in età adulta e il rischio di comparsa aumenta con l’età. Ha solitamente un esordio più lento e progressivo rispetto al diabete di tipo 1. Tra i fattori di rischio accertati vi sono: sovrappeso/obesità, dieta sbilanciata, vita sedentaria, ipertensione, valori alti di colesterolo e/o trigliceridi nel sangue, familiarità, e altri.

Nell’80% dei soggetti affetti si osserva obesità e nella quasi totalità dei casi resistenza all’insulina.

Nel diabete di tipo 1, la terapia con insulina iniettabile è indispensabile sin dall’esordio e dalla diagnosi della malattia ed è essenziale per la sopravvivenza. Senza insulina, si muore in pochi giorni.

Nel diabete di tipo 2, la terapia è più scalare. In genere, si parte con modifiche sostanziali allo stile di vita (alimentazione e attività fisica) e se queste non sono sufficienti si associa una terapia con farmaci per bocca (farmaci orali) e/o per via sottocutanea (iniettivi non insulinici).

Il farmaco di prima scelta è la metformina.

Se con il passare del tempo, la terapia con questi farmaci diventa insufficiente, occorrerà inserire anche l’insulina iniettabile, in combinazione con la terapia usuale o da sola.

Una piccola percentuale di pazienti con diabete di tipo 2 in scompenso glicemico sin dalla diagnosi o con condizioni che controindichino l’utilizzo di parte degli altri farmaci disponibili, viene curata da subito con l’insulina, associata o meno con metformina.

Sebbene i meccanismi molecolari dell’insulina su molti processi fisiologici e biochimici siano lungi dall’essere completamente compresi, non vi sono dubbi sul suo coinvolgimento nei processi tumorali. Infatti, l’aumento della produzione di insulina (direttamente dal tumore in modo ectopico, o indirettamente mediante stimolazione della secrezione pancreatica) è un fenomeno comune durante lo sviluppo del cancro [1].
I risultati degli studi epidemiologici suggeriscono che i pazienti non diabetici con elevati livelli di insulina sierica presentano un aumentato rischio di incidenza e mortalità di tumore  [2]. Ovviamente anche la terapia con quest’ormone può conferire un ulteriore rischio per il cancro e la metformina co-somministrata, un sensibilizzatore dell’insulina, sembra mitigare il rischio associato all’insulina [3]. Tutte queste prove supportano l’ipotesi che l’iperinsulinemia possa essere la chiave per l’incidenza del cancro.Sembrerebbe infatti che  la via di segnalazione dell’ormone insulina condivida molti elementi con quello di diversi fattori di crescita e interagisca direttamente con quella dell’oncogene Ras [4]. Oltre agli effetti diretti dell’insulina sulla segnalazione delle chinasi e degli enzimi metabolici, la scoperta di meccanismi di trascrizione genica regolati dall’insulina ha portato a una rivalutazione dei principi generali dell’azione dell’insulina stessa [5].

Purtroppo l’obesità è un  problema di notevole importanza sociale nell’era moderna.  Secondo il l’Indagine Multiscopo dell’Istat “Aspetti della vita quotidiana” emerge che, in Italia, nel 2015, più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%); complessivamente, il 45,1% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale. 

In Italia, due bambini su 10 sono in sovrappeso e uno su 10 è obeso. L’obesità infantile è un fenomeno non solo dilagante ma anche persistente: circa il 50% degli adolescenti obesi rischia di esserlo anche da adulto. Lo stress, la pubblicità e uno stile di vita sempre più frenetico, anche da parte dei nostri bambini, porta ad una sconnessione da noi stessi e dalle nostre emozioni e ad una alimentazione sempre più disordinata e insana rafforzata da fenomeni fisiologici di dipendenza scatenata da alcuni cibi.

L’alimentazione vista nell’ottica della prevenzione e non solo come necessità di perder peso per l’estate può essere di grande aiuto a ridurre la glicemia e prevenire un eventuale diabete con conseguente terapia che sia insulinica o meno.  

 

 

  1. Argiles, J.M. and F.J. Lopez-Soriano, Insulin and cancer (Review). Int J Oncol, 2001. 18(4): p. 683-7.
  2. Gunter, M.J., et al., Insulin, insulin-like growth factor-I, and risk of breast cancer in postmenopausal women. J Natl Cancer Inst, 2009. 101(1): p. 48-60.
  3. Monami, M., et al., Metformin and cancer occurrence in insulin-treated type 2 diabetic patients. Diabetes Care, 2011. 34(1): p. 129-31.
  4. Desbois-Mouthon, C., et al., Insulin and IGF-1 stimulate the beta-catenin pathway through two signalling cascades involving GSK-3beta inhibition and Ras activation. Oncogene, 2001. 20(2): p. 252-9.
  5. Haeusler, R.A., T.E. McGraw, and D. Accili, Biochemical and cellular properties of insulin receptor signalling. Nat Rev Mol Cell Biol, 2018. 19(1): p. 31-44.

 

 

Programmi dimagranti miracolosi e il mito delle calorie: un po’ di chiarezza!


Spesso mi viene chiesto: “Dott.ssa ma di quante chilocalorie è la mia dieta?”

Rispondo qui come rispondo sempre ai miei pazienti.

Le chilocalorie hanno poca importanza in un piano alimentare.

Non dico che un professionista nel momento in cui stila un piano alimentare non ne tenga conto ma diciamo che è una delle cose meno importanti da considerare.

Per dimagrire è importante cambiare alimentazione e stile di vita e non affamarsi a contare le chilocalorie o peggio ancora sostituire i pasti con beveroni consigliati da gente non qualificata che promette un calo ponderale di 10 Kg al mese ma che è solo perseguibile per legge!

E’ indubbio, credo, che una porzione di pasta e fagioli ha pressoché le stesse calorie di due bicchieri di birra ma a livello fisiologico i due alimenti danno effetti completamente diversi.

Le molecole che introduciamo nel nostro corpo mangiando, cioè carboidrati, proteine, grassi, minerali, acqua, vitamine modificano il nostro profilo metabolico, ormonale e anche genetico.

Il cibo è costituito da molecole complesse che il corpo fa proprie, trasformandole attraverso la digestione in molecole semplici che in questa forma possono essere assorbite e diventare parte integrante dell’organismo.

Scopo della nutrizione è quello di dare ad ogni cellula del corpo tutte le molecole nutrienti di cui ha bisogno quindi sono le molecole e non le calorie che permettono di perdere peso o di accumularlo.

C’è da dire però che ciascuno di noi ha un profilo ormonale e condizioni clinico-patologiche che condizionano la digestione e l’assorbimento delle sostanze nutritive del cibo.

Per questo due persone che mangiano allo stesso modo possono avere pesi completamente diversi.

Capirete quanto sia importante rivolgersi ad un professionista che valuterà nel complesso le condizioni fisiologiche e patologiche dell’individuo stilando un piano alimentare personalizzato.

In poche parole, quindi, a seconda della composizione dei cibi, vengono assorbite delle molecole che condizionano i livelli di glicemia, lipidi, insulina, amminoacidi, vitamine o altre sostanze all’interno del nostro organismo.

Più sono elevati i valori di glicemia, insulinemia, lipidemia dopo ogni pasto, più si tenderà ad accumulare grasso. Per cui solo controllando, attraverso la composizione degli alimenti, le variazioni di questi valori possiamo tenere sotto controllo il peso ed evitare di accumulare massa grassa.

Ne approfitto qui per parlare di un fenomeno che dilaga e che può essere molto dannoso per la nostra salute che sono questi programmi dimagranti che promettono risultati stupefacenti in pochissime settimane. Si tratta in genere di beveroni o di digiuni detti terapeutici o anche più semplicemente di diete iperproteiche (magari parleremo della fobia della mancanza di proteine nell’alimentazione in un altro articolo).

Un regime alimentare bilanciato e sano deve evitare la chetosi (a meno che non si faccia un piano alimentare mirato per alcune patologie ma sempre seguiti da un nutrizionista e in questo caso anche da un medico che controlla i vostri valori ematici per intervenire efficacemente. La dieta chetogenica o iperproteica o il digiuno detto sul web terapeutico non si può fare autonomamente!) che è una condizione stressante per il nostro organismo.

Una dieta chetogenica o iperproteica ha sicuramente come effetto la perdita di peso ma genera un aumento del colesterolo nel sangue, una riduzione della temperatura corporea con continua sensazione di freddo e alterazione dei valori tiroidei.

In più, il nostro cervello ha bisogno di glucosio per svolgere le sue funzioni per cui se non si introducono carboidrati per diversi giorni dà un segnale di allarme con conseguente produzione di cortisolo che induce la trasformazione delle proteine dei muscoli in glucosio con perdita della massa muscolare e non grassa. Per cui si perde muscolo e non grasso!

Il muscolo pesa di più rispetto al grasso ed ecco qui la straordinaria perdita di peso che non ha assolutamente senso né in termini di salute nè in termini di benessere puramente fisico.

La perdita di massa muscolare induce tra l’altro un rallentamento del metabolismo così quando una persona ricomincia a mangiare normalmente avrà un brusco rialzo di peso.

Frutta e verdura, spesso eliminati in questi regimi alimentari scellerati, oltre ad essere dei modulatori genici  consentono di ottenere molecole antiossidanti in grado di prevenire e ritardare l’invecchiamento, di garantire il giusto apporto di fibre che modulano l’assorbimento del glucosio, grassi e colesterolo e aiutano i nostri batteri intestinali a stare bene.

Al contrario un alimentazione ricca di carboidrati ad indice glicemico alto (pane, pizza, dolci, focacce etc) possono aumentare la produzione di trigliceridi con conseguente steatosi epatica, insulino-resistenza (da alimentazione e non da patologia) e aumento di peso corporeo.

Concludendo, solo un alimentazione COSAPEVOLE, bilanciata e sana può permettere di perdere gradualmente peso e mantenerlo nel tempo.

 

“Si attacca con la forza frontale, ma si vince con quelle laterali.” (SUN TZU)


Buongiorno Dott.ssa, sono affetta da tiroidite di Hashimoto. E’ vero, come ho letto, che una alimentazione senza glutine può aiutrami? Grazie, Patrizia

La risposta alla domanda è SI ma vediamo perché.

La tiroidite di Hashimoto è una patologia autoimmune molto diffusa [1]

Cosa è una malattia autoimmune? [2]

Il sistema immunitario è un esercito che normalmente protegge il nostro corpo da germi come batteri e virus ed è in grado di distinguere e quindi di attaccare o meno le cellule estranee e dalle proprie.

In una malattia autoimmune, il sistema immunitario va in tilt e non riesce più a riconoscere le proprie cellule e le attacca attraverso la produzione di autoanticorpi .

Nel caso della tiroidite di Hashimoto vengono prodotti due autoanticorpi: contro la tireoperossidasi o TPO che è  un enzima essenziale per la sintesi dell’ormone tiroideo e catalizza l’ossidazione dello iodio e contro la tireoglobulina o Tg da cui vengono prodotti gli ormoni T3 e T4. [1]

I disordini autoimmuni hanno una base genetica molto complessa;  più geni contribuiscono al rischio di sviluppare una patologia autoimmune e inoltre ora è  chiaro che geni comuni sono alla base di più disordini autoimmuni. E’ per questo che chi soffre di una malattia autoimmune avrà  la tendenza a svilupparne altre.

Tornando alla nostra domanda, è  stato dimostrato che la celiachia e la tiroidite di Hashimoto condividono una comune predisposizione genica cioè l’allele DQ2. [3]

Vari studi dimostrano che l’incidenza di pazienti con tiroidite di Hashimoto che hanno anche celiachia varia dal 4-10%. [4]Secondo questi dati, innanzitutto mi sentirei di dire a Patrizia di fare un test per identificare un eventuale celiachia.   Ma..

Se solo il 4-10% delle persone con tiroidite di Hashimoto è celiaca, perché una dieta priva di glutine potrebbe giovare a  TUTTI coloro che soffrono di questa patologia?

La struttura molecolare della gliadina, la porzione proteica del glutine, è simile a quella della ghiandola tiroidea. Se l’intestino è  permeabile, a causa di una cattiva alimentazione o una sensibilità  al glutine, la gliadina riesce a passare  la barriera protettiva dell’intestino ed entra nel flusso sanguigno. Il sistema immunitario riconoscendola come sostanza estranea la attacca per distruggerla ma… Questi anticorpi contro la gliadina non riescono a distinguere tra gliadina e tessuto tiroideo e attaccano anche quest’ultimo. Questo significa che ogni volta che un paziente affetto da   tiroidite di Hashimoto  mangia cibi contenenti glutine, il suo sistema immunitario attaccherà non solo la gliadina che passa nel flusso sanguigno ma anche la sua tiroide.

Questo il motivo per cui una alimentazione senza glutine può  essere utile se si soffre di tiroidite di Hashimoto. Attenzione però che sia una alimentazione  bilanciata e con pochi di quei prodotti commerciali spesso molto raffinati e ricchi di zuccheri seppur senza glutine. Consiglio quindi di rivolgersi ad un professionista che aiuti a stilare un corretto piano alimentare oltre che migliorare la flora intestinale che nei soggetti  affetti da tiroidite è  alterata con una crescita anche  del 50% di flora patogena. Importante da sapere che chi soffre di patologia autoimmuni ha più facilità a sviluppare una carenza di Vitamina D per cui in questi casi è molto importante (anche se in questo periodo storico è utile per tutti: vedi http://specialistanutrizionista.it/blog/e-importante-lamore-ma-anche-il-colesterolo-woody-allen/) tenere sotto controllo i valori di tale proteina e in caso di necessità integrare. [5-6]

 

  1. Zaletel, K. and S. Gaberscek, Hashimoto’s Thyroiditis: From Genes to the Disease. Curr Genomics, 2011. 12(8): p. 576-88.
  2. Brooks, W.H., Mechanisms and pathophysiology of autoimmune disease. Clin Rev Allergy Immunol, 2012. 42(1): p. 1-4.
  3. Gregersen, P.K. and L.M. Olsson, Recent advances in the genetics of autoimmune disease. Annu Rev Immunol, 2009. 27: p. 363-91.
  4. Kumar, V., M. Rajadhyaksha, and J. Wortsman, Celiac disease-associated autoimmune endocrinopathies. Clin Diagn Lab Immunol, 2001. 8(4): p. 678-85.
  5. Vondra, K., [Vitamin D and autoimmune thyroid diseases]. Vnitr Lek. 62(9 Suppl 3): p. 121-125.
  6. Kivity, S., et al., Vitamin D and autoimmune thyroid diseases. Cell Mol Immunol, 2011. 8(3): p. 243-7.

 

 

Non c’è un solo frammento isolato in tutta la natura, ogni frammento fa parte di un’unità armoniosa e completa. (John Muir)


Cosa è per lei la “Nutrizione”? Cosa significa “mangiare”?

Questa una domanda che mi è arrivata per il nostro blog da una persona anonima che non si è voluta firmare e che però spero che legga.

La ringrazio innanzitutto per la domanda perché mi da modo di approfondire un argomento a me molto caro.

Potrei rispondere alla domanda in due modi o integrarli entrambi (cosa che mi appartiene avendo una formazione sistemica).

Da biologa e dunque da un punto di vista prettamente fisiologico mangiare significa nutrire il corpo con alimenti sani e dal giusto valore nutrizionale con la misura adeguata ai nostri fabbisogni. Da biologa sistemica mangiare significa nutrire il corpo e la mente (in senso ampio) di cibo sano e gratificante cercando di raggiungere un equilibrio dinamico che ci porta verso la salute e il benessere.

Cosa significa?

Mangiare è sicuramente un atto essenziale per vivere e mangiare cibo sano ci permette di prenderci cura di noi  e di stare in salute ma la nutrizione non è solo una questione organica ma include anche aspetti culturali, sociali, relazionali etc.

In questo modo il cibo acquista un valore in più che il semplice valore nutrizionale ma acquisisce il valore di “nutrimento” della persona nei suoi bisogni più profondi.

Nella visione sistemica il disagio nei confronti del cibo o del proprio aspetto oltre che le patologie derivano dall’alterazione di un equilibrio che può essere ripristinato prendendo in considerazione tutta la persona sia nei suoi aspetti fisiologici sia psicologici e sociali e che vede la collaborazione attiva del proprio io al ripristino del proprio stato di salute.

Per cui mangiare per me diventa un atto molto intimo e profondo che necessita della consapevolezza non solo del valore nutrizionale di quell’alimento e di ciò che quell’alimento scatena a livello fisiologico nel mio corpo ma anche del valore profondo che io do a quell’alimento, al colore di quell’alimento, al suo profumo, al suo sapore e di quello che tutto ciò scatena a livello emozionale dentro di me.

Spero di aver risposto in maniera chiara ma sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi.
Cosa significa per voi “mangiare”? Cosa significa “nutrizione”?

Chiunque sia stato stato il padre di una malattia, una alimentazione non corretta ne è stata la madre. (George Herbert)


La vitamina B12 si deve per forza integrare in diete vegetariane o vegane? E in quelle onnivore?

Partiamo dalla fine cioè vediamo prima che effetti la carenza di vitamina B12 può avere sulla nostra salute e poi capiamo come viene prodotta.

La carenza di vitamina B12 può avere effetti neurologici ed ematologici, che vanno dalle manifestazioni più lievi come affaticamento e parestesia, a gravi conseguenze come pancitopenia ossia una riduzione numerica di tutte le cellule presenti nel sangue (eritrociti, globuli bianchi e piastrine) e degenerazione del midollo spinale [1-2].

Ci sono prove che suggeriscono che la carenza di vitamina B12 è associata ad un maggiore rischio di osteoporosi[3], carcinoma gastrico e condizioni autoimmuni, come tiroiditi, diabete mellito di tipo 1 e vitiligine [4].

Ha un ruolo fondamentale nella conversione dell’omocisteina a metionina, che è essenziale per la sintesi di DNA e RNA. Una sua carenza può quindi portare ad un aumento della concentrazione dell’omocisteina.Elevati livelli di omocisteina sono stati correlati a diverse patologie come trombosi [5], malattie neuropsichiatriche [6-7], microalbuminuria  (forte indicatore di rischio cardiovascolare e disfunzione renale [8])

Ma.. cos’è la vitamina B12 e come viene prodotta?

La vitamina B12 (cobalamina) è una vitamina solubile in acqua che è derivata da prodotti animali come la carne rossa, latticini e uova [9].

Questo quello che viene scritto in molti lavori scientifici senza poi specificare che la vitamina B12 è una vitamina insolita in quanto non è sintetizzata né dalle piante NE’ dagli animali ma esclusivamente da batteri e archea [10].

E salvo poi specificare che i prodotti animali che contengono vitamina B12 sono quelli derivanti da ruminanti, alimentati naturalmente infatti i ruminanti sono in grado di assorbire la vitamina B12 prodotta dai microbi che risiedono nel rumine, un organo digerente ricco di microbi, situato a monte del piccolo intestino [11].

Nell’uomo, e nei mammiferi in generale, la vitamina B12 prodotta dalla microflora intestinale rappresenta una minima quantità e inoltra la vitamina B12 prodotta nel colon dove i microbi sono in maggior numero non è biodisponibile perché i recettori necessari all’assorbimento di questa vitamina si trovano nell’intestino tenue, a monte del sito di produzione della vitamina [12].

Fanno eccezione i mammiferi che praticano coprofagia (che direi che non è una caratteristica dell’uomo moderno): questi animali consumando le proprie feci permettono alla vitamina B12 prodotta nel colon di raggiungere la parte superiore del tratto digestivo dove può essere assorbita [13]. E’ stato dimostrato che molte alghe sono ricche di vitamina B12. Questo è dovuto ad un rapporto simbiotico importate con alcuni batteri che laproducono [14].Verdure lavate abbondantemente (magari con prodotti che eliminano i batteri e fortemente pubblicizzati) e cresciute in modo non spontaneo non possono creare questo rapporto simbiontico con i batteri presenti nel terreno per cui sono carenti di vitamina B12.

Vediamo come avviene l’assorbimento della B12.

In soggetti sani, la vitamina B12 si lega ad una proteina chiamata fattore R, secreto dalle ghiandole salivari. Quando questo complesso arriva al piccolo intestino, alcuni enzimi pancreatici rompono il complesso Fattore R-Vit B12, consentendo a quest’ultima di legarsi ad una glicoproteina chiamata fattore intrinseco, che viene secreto dalle cellule parietali gastriche. Il complesso appena costituito, B12- fattore intrinseco, può quindi legarsi ai recettori dell’ileo e in questo modo la vitamina B12 può essere assorbita.

La B12 in eccesso è immagazzinata nel fegato; tuttavia, nei casi in cui la B12 non può essere assorbita per un periodo prolungato (ad esempio, per insufficienza alimentare, malassorbimento, mancanza di fattore intrinseco), i depositi epatici si esauriscono e si verifica una carenza.

Ma a cosa può essere dovuta una carenza?

La causa più comune oggi è il malassorbimento [2] e in particolare sembra che il nostro organismo sia incapace di rompere i legami tra vitamina B12 e proteine a cui è legata nel cibo impedendone l’assorbimento.

Questo perché gastrite,  gastrectomia o uso di inibitori (PPI) di pompa protonica o antiacidi, provocano una diminuzione della secrezione di acido cloridrico, riducendo così la liberazione della vitamina B12 dalle proteine ​​alimentari [15].Recenti studi hanno dimostrato un’associazione dipendente dal tempo tra utilizzo di  inibitori di pompa protonica o antagonisti del recettore H2 dell’istamina e sviluppo di carenza di vitamina B12. Il rischio diminuisce (per fortuna)  notevolmente dopo la sospensione del farmaco. Utilizzo diffuso di antiacidi possono quindi portare ad un deficit di vitamina B12 che può passare inosservatoi a causa della scarsa informazione in merito e della mancata consapevolezza.

Anche l’uso di metformina ha un impatto simile [16].

Detto questo, l’innaturale trattamento degli animali negli allevamenti intesivi con una alimentazione non più prettamente vegetale ha ridotto la quantità di vitamina B12 prodotta dai batteri contenuti nel rumine con conseguente necessaria integrazione anche in questi animali.

Perciò, se è vero che diete vegane e vegetariane possono portare ad una carenza di questa vitamina è vero anche che l’assunzione di carni da allevamento intensivo non risolve il problema.

Quindu per rispondere in modo sintetico alla domanda: si, è necessario assumere integratori di vitamina B12 in diete vegane e vegetariane ma soprattutto è importantissimo dosare questa vitamina anche tra gli onnivori e nel caso di carenza, supplementarla.   

  1. Swain, R., An update of vitamin B12 metabolism and deficiency states. J Fam Pract, 1995. 41(6): p. 595-600.
  2. Langan, R.C. and K.J. Zawistoski, Update on vitamin B12 deficiency. Am Fam Physician, 2011. 83(12): p. 1425-30.
  3. Tucker, K.L., et al., Low plasma vitamin B12 is associated with lower BMD: the Framingham Osteoporosis Study. J Bone Miner Res, 2005. 20(1): p. 152-8.
  4. Stabler, S.P., Vitamin B12 deficiency. N Engl J Med, 2013. 368(21): p. 2041-2.
  5. Fonseca, V., S.C. Guba, and L.M. Fink, Hyperhomocysteinemia and the endocrine system: implications for atherosclerosis and thrombosis. Endocr Rev, 1999. 20(5): p. 738-59.
  6. Morris, M.S., Homocysteine and Alzheimer’s disease. Lancet Neurol, 2003. 2(7): p. 425-8.
  7. Dietrich-Muszalska, A., et al., The oxidative stress may be induced by the elevated homocysteine in schizophrenic patients. Neurochem Res, 2012. 37(5): p. 1057-62.
  8. Jager, A., et al., Serum homocysteine levels are associated with the development of (micro)albuminuria: the Hoorn study. Arterioscler Thromb Vasc Biol, 2001. 21(1): p. 74-81.
  9. Ankar, A. and S.S. Bhimji, Vitamin, B12 (Cobalamin), Deficiency. 2017.
  10. Roth, J.R., J.G. Lawrence, and T.A. Bobik, Cobalamin (coenzyme B12): synthesis and biological significance. Annu Rev Microbiol, 1996. 50: p. 137-81.
  11. Girard, C.L., et al., Apparent ruminal synthesis and intestinal disappearance of vitamin B12 and its analogs in dairy cows. J Dairy Sci, 2009. 92(9): p. 4524-9.
  12. Seetharam, B. and D.H. Alpers, Absorption and transport of cobalamin (vitamin B12). Annu Rev Nutr, 1982. 2: p. 343-69.
  13. Mickelsen, O., Intestinal synthesis of vitamins in the nonruminant. Vitam Horm, 1956. 14: p. 1-95.
  14. Croft, M.T., et al., Algae acquire vitamin B12 through a symbiotic relationship with bacteria. Nature, 2005. 438(7064): p. 90-3.
  15. Andres, E., et al., Vitamin B12 (cobalamin) deficiency in elderly patients. CMAJ, 2004. 171(3): p. 251-9.
  16. de Jager, J., et al., Long term treatment with metformin in patients with type 2 diabetes and risk of vitamin B-12 deficiency: randomised placebo controlled trial. BMJ, 2010. 340: p. c2181.

 

 

Come si svolgono le visite?

Tutto quello che devi sapere prima di prenotare una visita.

Nutrizionista o Dietista?

Vediamo insieme quali sono le differenze tra biologo nutrizionista, dietista e specialista in scienze dell'alimentazione.