“Quanto più tempo risparmiamo, tanto meno ne abbiamo” (H. Rosa)


Lo stress è un fattore naturale e inevitabile della vita ma lo stress eccessivo e prolungato può portare a seri danni alla nostra salute oltre a determinare un aumento di peso. Infatti, è stato dimostrato che le persone sotto stress tendono a mangiare di più, male e troppo in fretta.

Il corpo umano è programmato per affrontare le minacce esterne secondo un meccanismo di “attacco-fuga” ma il mondo in cui viviamo ora è molto diverso da quello di migliaia di anni fa dove gli agenti stressanti riguardavano le necessità primarie di sopravvivenza fisica e a volte capita che gli agenti stressanti creino un stress continuo ed eccessivo che può compromettere la nostra salute attraverso cambiamenti deleteri nella scelta del cibo [1].

L’esposizione acuta o cronica allo stress determina una serie di risposte fisiologiche e comportamentali che alterano lo stato metabolico nell’uomo [2]

Lo stress induce l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con aumento della sintesi di glucocorticoidi  (il principale ormone glucocorticoide che tutti noi conosciamo è il cortisolo la cui secrezione è indotta dallo stress sia fisico che emotivo) e della disponibilità di glucosio.

I glucocorticoidi regolano anche l’accumulo e lo stoccaggio del grasso corporeo e possono aumentare l’appetito con conseguente aumento di peso corporeo.

Inoltre, l’esposizione acuta e cronica allo stress può alterare sia la quantità sia la qualità delle calorie consumate e interagire (argomento da me molto amato) con le emozioni [3].

Quando sotto stress circa il 35-60% delle persone riferisce di mangiare più calorie totali, mentre circa il 25-40% riferisce di mangiare di meno [4]

Inoltre, lo stress altera la selezione del cibo, si scelgono cibi altamente appetibili (cioè cibi gustosi e   densi di calorie contenenti elevate quantità di zuccheri, altri carboidrati e / o grassi) [5] e questo cambiamento può verificarsi anche in molte persone che riducono la loro totale assunzione calorica durante lo stress.

La scelta verso quello che viene definito “Comfort food” è dettata dal fatto che l’assunzione di cibo appetibile riduce le risposte allo stress, fornendo in questo modo un potenziale mezzo di “auto-medicazione” per alleviare lo stress.

L’assunzione di cibo gustoso e / o ricco di carboidrati è associata anche ad un miglioramento dell’umore, diminuzione dello stress percepito e ridotta concentrazione plasmatica di cortisolo [6].

E poi… passando all’argomento che mi appassiona e su cui organizzo spesso corsi in tutta Italia, esistono forti legami tra l’ingestione di alimenti ricchi di grassi e / o zucchero e la modulazione degli stati emotivi.

L’assunzione di cibo appetibile può alleviare le emozioni negative attenuando i segni di stress e ansia dopo l’esposizione a fattori stressanti o condizioni di stress cronico imprevedibile [7].

Tali reazioni emotive positive a cibi gustosi e densi di energia, comprese le loro azioni gratificanti ed edonistiche, sono considerate svolgere un ruolo significativo nell’eccesso di cibo e nello sviluppo dell’obesità [8].

Mentre l’assunzione di cibi appetibili può attenuare le emozioni negative e gli stati d’animo a breve termine, il loro consumo eccessivo che porta ad un aumento della massa del tessuto adiposo e dell’obesità può aumentare la vulnerabilità alla depressione e all’ansia [9].

Lo stress ha effetti profondi e multiformi sull’assunzione di cibo e sul peso corporeo, che spesso, come abbia visto sono stimolanti tuttavia la paura dello stress anticipato inibisce l’assunzione di cibo [10] e lo stress, la paura e l’ansia sostenuti sono stati collegati alla cessazione prolungata dell’alimentazione e dell’anoressia nervosa [11].

Questa soppressione dell’alimentazione è adattiva e promuove la sopravvivenza quando la paura è innescata da un pericolo reale (cioè, evitare il pericolo imminente ha la priorità sull’alimentazione).   I meccanismi neurali che controllano l’equilibrio tra fame e paura sono quindi importanti nella funzione normale e nella malattia.

Per concludere, il nostro modo di alimentarci è determinato da tantissimi fattori che non sono legati solo al valore nutrizionale del cibo. Rivolgersi ad un Nutrizionista Sistemico permette di valutare tutti gli aspetti della nutrizione e lavorare su più livelli per recuperare il benessere fisico ed emozionale.

 

  1. Oliver, G., J. Wardle, and E.L. Gibson, Stress and food choice: a laboratory study. Psychosom Med, 2000. 62(6): p. 853-65.
  2. Dallman, M.F., et al., Chronic stress and obesity: a new view of “comfort food”. Proc Natl Acad Sci U S A, 2003. 100(20): p. 11696-701.
  3. Epel, E., et al., Stress may add bite to appetite in women: a laboratory study of stress-induced cortisol and eating behavior. Psychoneuroendocrinology, 2001. 26(1): p. 37-49.
  4. Oliver, G. and J. Wardle, Perceived effects of stress on food choice. Physiol Behav, 1999. 66(3): p. 511-5.
  5. Groesz, L.M., et al., What is eating you? Stress and the drive to eat. Appetite, 2012. 58(2): p. 717-21.
  6. Gibson, E.L., Emotional influences on food choice: sensory, physiological and psychological pathways. Physiol Behav, 2006. 89(1): p. 53-61.
  7. Pecoraro, N., et al., Chronic stress promotes palatable feeding, which reduces signs of stress: feedforward and feedback effects of chronic stress. Endocrinology, 2004. 145(8): p. 3754-62.
  8. Fulton, S., Appetite and reward. Front Neuroendocrinol, 2010. 31(1): p. 85-103.
  9. Hryhorczuk, C., S. Sharma, and S.E. Fulton, Metabolic disturbances connecting obesity and depression. Front Neurosci, 2013. 7: p. 177.
  10. Schachter, S., R. Goldman, and A. Gordon, Effects of fear, food deprivation, and obesity on eating. J Pers Soc Psychol, 1968. 10(2): p. 91-7.
  11. Kaye, W., Neurobiology of anorexia and bulimia nervosa. Physiol Behav, 2008. 94(1): p. 121-35.

 

 

“Stranamente, non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso, ma continuiamo a non sapere che cosa succede.” PAPA FRANCESCO


Oggi leggendo un articolo in merito ad un trapianto di cellule del pancreas, mi sono rattristata perché mi sono venuti in mente due casi a me molto vicini a cui probabilmente nessuno ha o aveva mai detto che le cure che stanno/stavano facendo per una patologia poteva causarne altre come il cancro. Non dico che il farmaco non vada utilizzato. Se necessario, purtroppo e per fortuna il farmaco c’è e ci può far vivere una vita migliore se affetti da patologia ma forse se si sapessero alcune notizie, le persone farebbero prevenzione e vedrebbero l’alimentazione non come un mucchio di calorie ma come una medicina (nel senso vero della parola) che porta al benessere.

Parliamo di insulina, diabete e cancro.

L’insulina è un ormone secreto dalle cellule beta delle isole di Langherhans del pancreas indispensabile per il metabolismo degli zuccheri.  Il suo  ruolo più importante è quello di consentire l’ingresso del glucosio nelle cellule dell’organismo per essere utilizzato per produrre energia.  

Quando l’insulina è prodotta in quantità non sufficiente dal pancreas oppure le cellule dell’organismo non rispondono alla sua presenza, nel sangue si avranno livelli di glucosio più alti del normale (iperglicemia) favorendo, così, la comparsa del diabete.

Spesso valori sopra il range anche di poco non vengono valutati con la giusta importanza e vengono sottovalutati.
Il diabete di tipo 1, pur insorgendo ad ogni età, colpisce prevalentemente bambini e adolescenti con un esordio rapido e brusco. E’ una malattia autoimmune organo-specifica causata dalla risposta autoimmune appunto contro le cellule β pancreatiche.
Il diabete di tipo 2 è la forma più frequente di diabete (ca. 90%). Insorge tendenzialmente in età adulta e il rischio di comparsa aumenta con l’età. Ha solitamente un esordio più lento e progressivo rispetto al diabete di tipo 1. Tra i fattori di rischio accertati vi sono: sovrappeso/obesità, dieta sbilanciata, vita sedentaria, ipertensione, valori alti di colesterolo e/o trigliceridi nel sangue, familiarità, e altri.

Nell’80% dei soggetti affetti si osserva obesità e nella quasi totalità dei casi resistenza all’insulina.

Nel diabete di tipo 1, la terapia con insulina iniettabile è indispensabile sin dall’esordio e dalla diagnosi della malattia ed è essenziale per la sopravvivenza. Senza insulina, si muore in pochi giorni.

Nel diabete di tipo 2, la terapia è più scalare. In genere, si parte con modifiche sostanziali allo stile di vita (alimentazione e attività fisica) e se queste non sono sufficienti si associa una terapia con farmaci per bocca (farmaci orali) e/o per via sottocutanea (iniettivi non insulinici).

Il farmaco di prima scelta è la metformina.

Se con il passare del tempo, la terapia con questi farmaci diventa insufficiente, occorrerà inserire anche l’insulina iniettabile, in combinazione con la terapia usuale o da sola.

Una piccola percentuale di pazienti con diabete di tipo 2 in scompenso glicemico sin dalla diagnosi o con condizioni che controindichino l’utilizzo di parte degli altri farmaci disponibili, viene curata da subito con l’insulina, associata o meno con metformina.

Sebbene i meccanismi molecolari dell’insulina su molti processi fisiologici e biochimici siano lungi dall’essere completamente compresi, non vi sono dubbi sul suo coinvolgimento nei processi tumorali. Infatti, l’aumento della produzione di insulina (direttamente dal tumore in modo ectopico, o indirettamente mediante stimolazione della secrezione pancreatica) è un fenomeno comune durante lo sviluppo del cancro [1].
I risultati degli studi epidemiologici suggeriscono che i pazienti non diabetici con elevati livelli di insulina sierica presentano un aumentato rischio di incidenza e mortalità di tumore  [2]. Ovviamente anche la terapia con quest’ormone può conferire un ulteriore rischio per il cancro e la metformina co-somministrata, un sensibilizzatore dell’insulina, sembra mitigare il rischio associato all’insulina [3]. Tutte queste prove supportano l’ipotesi che l’iperinsulinemia possa essere la chiave per l’incidenza del cancro.Sembrerebbe infatti che  la via di segnalazione dell’ormone insulina condivida molti elementi con quello di diversi fattori di crescita e interagisca direttamente con quella dell’oncogene Ras [4]. Oltre agli effetti diretti dell’insulina sulla segnalazione delle chinasi e degli enzimi metabolici, la scoperta di meccanismi di trascrizione genica regolati dall’insulina ha portato a una rivalutazione dei principi generali dell’azione dell’insulina stessa [5].

Purtroppo l’obesità è un  problema di notevole importanza sociale nell’era moderna.  Secondo il l’Indagine Multiscopo dell’Istat “Aspetti della vita quotidiana” emerge che, in Italia, nel 2015, più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%); complessivamente, il 45,1% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale. 

In Italia, due bambini su 10 sono in sovrappeso e uno su 10 è obeso. L’obesità infantile è un fenomeno non solo dilagante ma anche persistente: circa il 50% degli adolescenti obesi rischia di esserlo anche da adulto. Lo stress, la pubblicità e uno stile di vita sempre più frenetico, anche da parte dei nostri bambini, porta ad una sconnessione da noi stessi e dalle nostre emozioni e ad una alimentazione sempre più disordinata e insana rafforzata da fenomeni fisiologici di dipendenza scatenata da alcuni cibi.

L’alimentazione vista nell’ottica della prevenzione e non solo come necessità di perder peso per l’estate può essere di grande aiuto a ridurre la glicemia e prevenire un eventuale diabete con conseguente terapia che sia insulinica o meno.  

 

 

  1. Argiles, J.M. and F.J. Lopez-Soriano, Insulin and cancer (Review). Int J Oncol, 2001. 18(4): p. 683-7.
  2. Gunter, M.J., et al., Insulin, insulin-like growth factor-I, and risk of breast cancer in postmenopausal women. J Natl Cancer Inst, 2009. 101(1): p. 48-60.
  3. Monami, M., et al., Metformin and cancer occurrence in insulin-treated type 2 diabetic patients. Diabetes Care, 2011. 34(1): p. 129-31.
  4. Desbois-Mouthon, C., et al., Insulin and IGF-1 stimulate the beta-catenin pathway through two signalling cascades involving GSK-3beta inhibition and Ras activation. Oncogene, 2001. 20(2): p. 252-9.
  5. Haeusler, R.A., T.E. McGraw, and D. Accili, Biochemical and cellular properties of insulin receptor signalling. Nat Rev Mol Cell Biol, 2018. 19(1): p. 31-44.

 

 

Programmi dimagranti miracolosi e il mito delle calorie: un po’ di chiarezza!


Spesso mi viene chiesto: “Dott.ssa ma di quante chilocalorie è la mia dieta?”

Rispondo qui come rispondo sempre ai miei pazienti.

Le chilocalorie hanno poca importanza in un piano alimentare.

Non dico che un professionista nel momento in cui stila un piano alimentare non ne tenga conto ma diciamo che è una delle cose meno importanti da considerare.

Per dimagrire è importante cambiare alimentazione e stile di vita e non affamarsi a contare le chilocalorie o peggio ancora sostituire i pasti con beveroni consigliati da gente non qualificata che promette un calo ponderale di 10 Kg al mese ma che è solo perseguibile per legge!

E’ indubbio, credo, che una porzione di pasta e fagioli ha pressoché le stesse calorie di due bicchieri di birra ma a livello fisiologico i due alimenti danno effetti completamente diversi.

Le molecole che introduciamo nel nostro corpo mangiando, cioè carboidrati, proteine, grassi, minerali, acqua, vitamine modificano il nostro profilo metabolico, ormonale e anche genetico.

Il cibo è costituito da molecole complesse che il corpo fa proprie, trasformandole attraverso la digestione in molecole semplici che in questa forma possono essere assorbite e diventare parte integrante dell’organismo.

Scopo della nutrizione è quello di dare ad ogni cellula del corpo tutte le molecole nutrienti di cui ha bisogno quindi sono le molecole e non le calorie che permettono di perdere peso o di accumularlo.

C’è da dire però che ciascuno di noi ha un profilo ormonale e condizioni clinico-patologiche che condizionano la digestione e l’assorbimento delle sostanze nutritive del cibo.

Per questo due persone che mangiano allo stesso modo possono avere pesi completamente diversi.

Capirete quanto sia importante rivolgersi ad un professionista che valuterà nel complesso le condizioni fisiologiche e patologiche dell’individuo stilando un piano alimentare personalizzato.

In poche parole, quindi, a seconda della composizione dei cibi, vengono assorbite delle molecole che condizionano i livelli di glicemia, lipidi, insulina, amminoacidi, vitamine o altre sostanze all’interno del nostro organismo.

Più sono elevati i valori di glicemia, insulinemia, lipidemia dopo ogni pasto, più si tenderà ad accumulare grasso. Per cui solo controllando, attraverso la composizione degli alimenti, le variazioni di questi valori possiamo tenere sotto controllo il peso ed evitare di accumulare massa grassa.

Ne approfitto qui per parlare di un fenomeno che dilaga e che può essere molto dannoso per la nostra salute che sono questi programmi dimagranti che promettono risultati stupefacenti in pochissime settimane. Si tratta in genere di beveroni o di digiuni detti terapeutici o anche più semplicemente di diete iperproteiche (magari parleremo della fobia della mancanza di proteine nell’alimentazione in un altro articolo).

Un regime alimentare bilanciato e sano deve evitare la chetosi (a meno che non si faccia un piano alimentare mirato per alcune patologie ma sempre seguiti da un nutrizionista e in questo caso anche da un medico che controlla i vostri valori ematici per intervenire efficacemente. La dieta chetogenica o iperproteica o il digiuno detto sul web terapeutico non si può fare autonomamente!) che è una condizione stressante per il nostro organismo.

Una dieta chetogenica o iperproteica ha sicuramente come effetto la perdita di peso ma genera un aumento del colesterolo nel sangue, una riduzione della temperatura corporea con continua sensazione di freddo e alterazione dei valori tiroidei.

In più, il nostro cervello ha bisogno di glucosio per svolgere le sue funzioni per cui se non si introducono carboidrati per diversi giorni dà un segnale di allarme con conseguente produzione di cortisolo che induce la trasformazione delle proteine dei muscoli in glucosio con perdita della massa muscolare e non grassa. Per cui si perde muscolo e non grasso!

Il muscolo pesa di più rispetto al grasso ed ecco qui la straordinaria perdita di peso che non ha assolutamente senso né in termini di salute nè in termini di benessere puramente fisico.

La perdita di massa muscolare induce tra l’altro un rallentamento del metabolismo così quando una persona ricomincia a mangiare normalmente avrà un brusco rialzo di peso.

Frutta e verdura, spesso eliminati in questi regimi alimentari scellerati, oltre ad essere dei modulatori genici  consentono di ottenere molecole antiossidanti in grado di prevenire e ritardare l’invecchiamento, di garantire il giusto apporto di fibre che modulano l’assorbimento del glucosio, grassi e colesterolo e aiutano i nostri batteri intestinali a stare bene.

Al contrario un alimentazione ricca di carboidrati ad indice glicemico alto (pane, pizza, dolci, focacce etc) possono aumentare la produzione di trigliceridi con conseguente steatosi epatica, insulino-resistenza (da alimentazione e non da patologia) e aumento di peso corporeo.

Concludendo, solo un alimentazione COSAPEVOLE, bilanciata e sana può permettere di perdere gradualmente peso e mantenerlo nel tempo.

 

“Si attacca con la forza frontale, ma si vince con quelle laterali.” (SUN TZU)


Buongiorno Dott.ssa, sono affetta da tiroidite di Hashimoto. E’ vero, come ho letto, che una alimentazione senza glutine può aiutrami? Grazie, Patrizia

La risposta alla domanda è SI ma vediamo perché.

La tiroidite di Hashimoto è una patologia autoimmune molto diffusa [1]

Cosa è una malattia autoimmune? [2]

Il sistema immunitario è un esercito che normalmente protegge il nostro corpo da germi come batteri e virus ed è in grado di distinguere e quindi di attaccare o meno le cellule estranee e dalle proprie.

In una malattia autoimmune, il sistema immunitario va in tilt e non riesce più a riconoscere le proprie cellule e le attacca attraverso la produzione di autoanticorpi .

Nel caso della tiroidite di Hashimoto vengono prodotti due autoanticorpi: contro la tireoperossidasi o TPO che è  un enzima essenziale per la sintesi dell’ormone tiroideo e catalizza l’ossidazione dello iodio e contro la tireoglobulina o Tg da cui vengono prodotti gli ormoni T3 e T4. [1]

I disordini autoimmuni hanno una base genetica molto complessa;  più geni contribuiscono al rischio di sviluppare una patologia autoimmune e inoltre ora è  chiaro che geni comuni sono alla base di più disordini autoimmuni. E’ per questo che chi soffre di una malattia autoimmune avrà  la tendenza a svilupparne altre.

Tornando alla nostra domanda, è  stato dimostrato che la celiachia e la tiroidite di Hashimoto condividono una comune predisposizione genica cioè l’allele DQ2. [3]

Vari studi dimostrano che l’incidenza di pazienti con tiroidite di Hashimoto che hanno anche celiachia varia dal 4-10%. [4]Secondo questi dati, innanzitutto mi sentirei di dire a Patrizia di fare un test per identificare un eventuale celiachia.   Ma..

Se solo il 4-10% delle persone con tiroidite di Hashimoto è celiaca, perché una dieta priva di glutine potrebbe giovare a  TUTTI coloro che soffrono di questa patologia?

La struttura molecolare della gliadina, la porzione proteica del glutine, è simile a quella della ghiandola tiroidea. Se l’intestino è  permeabile, a causa di una cattiva alimentazione o una sensibilità  al glutine, la gliadina riesce a passare  la barriera protettiva dell’intestino ed entra nel flusso sanguigno. Il sistema immunitario riconoscendola come sostanza estranea la attacca per distruggerla ma… Questi anticorpi contro la gliadina non riescono a distinguere tra gliadina e tessuto tiroideo e attaccano anche quest’ultimo. Questo significa che ogni volta che un paziente affetto da   tiroidite di Hashimoto  mangia cibi contenenti glutine, il suo sistema immunitario attaccherà non solo la gliadina che passa nel flusso sanguigno ma anche la sua tiroide.

Questo il motivo per cui una alimentazione senza glutine può  essere utile se si soffre di tiroidite di Hashimoto. Attenzione però che sia una alimentazione  bilanciata e con pochi di quei prodotti commerciali spesso molto raffinati e ricchi di zuccheri seppur senza glutine. Consiglio quindi di rivolgersi ad un professionista che aiuti a stilare un corretto piano alimentare oltre che migliorare la flora intestinale che nei soggetti  affetti da tiroidite è  alterata con una crescita anche  del 50% di flora patogena. Importante da sapere che chi soffre di patologia autoimmuni ha più facilità a sviluppare una carenza di Vitamina D per cui in questi casi è molto importante (anche se in questo periodo storico è utile per tutti: vedi http://specialistanutrizionista.it/blog/e-importante-lamore-ma-anche-il-colesterolo-woody-allen/) tenere sotto controllo i valori di tale proteina e in caso di necessità integrare. [5-6]

 

  1. Zaletel, K. and S. Gaberscek, Hashimoto’s Thyroiditis: From Genes to the Disease. Curr Genomics, 2011. 12(8): p. 576-88.
  2. Brooks, W.H., Mechanisms and pathophysiology of autoimmune disease. Clin Rev Allergy Immunol, 2012. 42(1): p. 1-4.
  3. Gregersen, P.K. and L.M. Olsson, Recent advances in the genetics of autoimmune disease. Annu Rev Immunol, 2009. 27: p. 363-91.
  4. Kumar, V., M. Rajadhyaksha, and J. Wortsman, Celiac disease-associated autoimmune endocrinopathies. Clin Diagn Lab Immunol, 2001. 8(4): p. 678-85.
  5. Vondra, K., [Vitamin D and autoimmune thyroid diseases]. Vnitr Lek. 62(9 Suppl 3): p. 121-125.
  6. Kivity, S., et al., Vitamin D and autoimmune thyroid diseases. Cell Mol Immunol, 2011. 8(3): p. 243-7.

 

 

Non c’è un solo frammento isolato in tutta la natura, ogni frammento fa parte di un’unità armoniosa e completa. (John Muir)


Cosa è per lei la “Nutrizione”? Cosa significa “mangiare”?

Questa una domanda che mi è arrivata per il nostro blog da una persona anonima che non si è voluta firmare e che però spero che legga.

La ringrazio innanzitutto per la domanda perché mi da modo di approfondire un argomento a me molto caro.

Potrei rispondere alla domanda in due modi o integrarli entrambi (cosa che mi appartiene avendo una formazione sistemica).

Da biologa e dunque da un punto di vista prettamente fisiologico mangiare significa nutrire il corpo con alimenti sani e dal giusto valore nutrizionale con la misura adeguata ai nostri fabbisogni. Da biologa sistemica mangiare significa nutrire il corpo e la mente (in senso ampio) di cibo sano e gratificante cercando di raggiungere un equilibrio dinamico che ci porta verso la salute e il benessere.

Cosa significa?

Mangiare è sicuramente un atto essenziale per vivere e mangiare cibo sano ci permette di prenderci cura di noi  e di stare in salute ma la nutrizione non è solo una questione organica ma include anche aspetti culturali, sociali, relazionali etc.

In questo modo il cibo acquista un valore in più che il semplice valore nutrizionale ma acquisisce il valore di “nutrimento” della persona nei suoi bisogni più profondi.

Nella visione sistemica il disagio nei confronti del cibo o del proprio aspetto oltre che le patologie derivano dall’alterazione di un equilibrio che può essere ripristinato prendendo in considerazione tutta la persona sia nei suoi aspetti fisiologici sia psicologici e sociali e che vede la collaborazione attiva del proprio io al ripristino del proprio stato di salute.

Per cui mangiare per me diventa un atto molto intimo e profondo che necessita della consapevolezza non solo del valore nutrizionale di quell’alimento e di ciò che quell’alimento scatena a livello fisiologico nel mio corpo ma anche del valore profondo che io do a quell’alimento, al colore di quell’alimento, al suo profumo, al suo sapore e di quello che tutto ciò scatena a livello emozionale dentro di me.

Spero di aver risposto in maniera chiara ma sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi.
Cosa significa per voi “mangiare”? Cosa significa “nutrizione”?

Chiunque sia stato stato il padre di una malattia, una alimentazione non corretta ne è stata la madre. (George Herbert)


La vitamina B12 si deve per forza integrare in diete vegetariane o vegane? E in quelle onnivore?

Partiamo dalla fine cioè vediamo prima che effetti la carenza di vitamina B12 può avere sulla nostra salute e poi capiamo come viene prodotta.

La carenza di vitamina B12 può avere effetti neurologici ed ematologici, che vanno dalle manifestazioni più lievi come affaticamento e parestesia, a gravi conseguenze come pancitopenia ossia una riduzione numerica di tutte le cellule presenti nel sangue (eritrociti, globuli bianchi e piastrine) e degenerazione del midollo spinale [1-2].

Ci sono prove che suggeriscono che la carenza di vitamina B12 è associata ad un maggiore rischio di osteoporosi[3], carcinoma gastrico e condizioni autoimmuni, come tiroiditi, diabete mellito di tipo 1 e vitiligine [4].

Ha un ruolo fondamentale nella conversione dell’omocisteina a metionina, che è essenziale per la sintesi di DNA e RNA. Una sua carenza può quindi portare ad un aumento della concentrazione dell’omocisteina.Elevati livelli di omocisteina sono stati correlati a diverse patologie come trombosi [5], malattie neuropsichiatriche [6-7], microalbuminuria  (forte indicatore di rischio cardiovascolare e disfunzione renale [8])

Ma.. cos’è la vitamina B12 e come viene prodotta?

La vitamina B12 (cobalamina) è una vitamina solubile in acqua che è derivata da prodotti animali come la carne rossa, latticini e uova [9].

Questo quello che viene scritto in molti lavori scientifici senza poi specificare che la vitamina B12 è una vitamina insolita in quanto non è sintetizzata né dalle piante NE’ dagli animali ma esclusivamente da batteri e archea [10].

E salvo poi specificare che i prodotti animali che contengono vitamina B12 sono quelli derivanti da ruminanti, alimentati naturalmente infatti i ruminanti sono in grado di assorbire la vitamina B12 prodotta dai microbi che risiedono nel rumine, un organo digerente ricco di microbi, situato a monte del piccolo intestino [11].

Nell’uomo, e nei mammiferi in generale, la vitamina B12 prodotta dalla microflora intestinale rappresenta una minima quantità e inoltra la vitamina B12 prodotta nel colon dove i microbi sono in maggior numero non è biodisponibile perché i recettori necessari all’assorbimento di questa vitamina si trovano nell’intestino tenue, a monte del sito di produzione della vitamina [12].

Fanno eccezione i mammiferi che praticano coprofagia (che direi che non è una caratteristica dell’uomo moderno): questi animali consumando le proprie feci permettono alla vitamina B12 prodotta nel colon di raggiungere la parte superiore del tratto digestivo dove può essere assorbita [13]. E’ stato dimostrato che molte alghe sono ricche di vitamina B12. Questo è dovuto ad un rapporto simbiotico importate con alcuni batteri che laproducono [14].Verdure lavate abbondantemente (magari con prodotti che eliminano i batteri e fortemente pubblicizzati) e cresciute in modo non spontaneo non possono creare questo rapporto simbiontico con i batteri presenti nel terreno per cui sono carenti di vitamina B12.

Vediamo come avviene l’assorbimento della B12.

In soggetti sani, la vitamina B12 si lega ad una proteina chiamata fattore R, secreto dalle ghiandole salivari. Quando questo complesso arriva al piccolo intestino, alcuni enzimi pancreatici rompono il complesso Fattore R-Vit B12, consentendo a quest’ultima di legarsi ad una glicoproteina chiamata fattore intrinseco, che viene secreto dalle cellule parietali gastriche. Il complesso appena costituito, B12- fattore intrinseco, può quindi legarsi ai recettori dell’ileo e in questo modo la vitamina B12 può essere assorbita.

La B12 in eccesso è immagazzinata nel fegato; tuttavia, nei casi in cui la B12 non può essere assorbita per un periodo prolungato (ad esempio, per insufficienza alimentare, malassorbimento, mancanza di fattore intrinseco), i depositi epatici si esauriscono e si verifica una carenza.

Ma a cosa può essere dovuta una carenza?

La causa più comune oggi è il malassorbimento [2] e in particolare sembra che il nostro organismo sia incapace di rompere i legami tra vitamina B12 e proteine a cui è legata nel cibo impedendone l’assorbimento.

Questo perché gastrite,  gastrectomia o uso di inibitori (PPI) di pompa protonica o antiacidi, provocano una diminuzione della secrezione di acido cloridrico, riducendo così la liberazione della vitamina B12 dalle proteine ​​alimentari [15].Recenti studi hanno dimostrato un’associazione dipendente dal tempo tra utilizzo di  inibitori di pompa protonica o antagonisti del recettore H2 dell’istamina e sviluppo di carenza di vitamina B12. Il rischio diminuisce (per fortuna)  notevolmente dopo la sospensione del farmaco. Utilizzo diffuso di antiacidi possono quindi portare ad un deficit di vitamina B12 che può passare inosservatoi a causa della scarsa informazione in merito e della mancata consapevolezza.

Anche l’uso di metformina ha un impatto simile [16].

Detto questo, l’innaturale trattamento degli animali negli allevamenti intesivi con una alimentazione non più prettamente vegetale ha ridotto la quantità di vitamina B12 prodotta dai batteri contenuti nel rumine con conseguente necessaria integrazione anche in questi animali.

Perciò, se è vero che diete vegane e vegetariane possono portare ad una carenza di questa vitamina è vero anche che l’assunzione di carni da allevamento intensivo non risolve il problema.

Quindu per rispondere in modo sintetico alla domanda: si, è necessario assumere integratori di vitamina B12 in diete vegane e vegetariane ma soprattutto è importantissimo dosare questa vitamina anche tra gli onnivori e nel caso di carenza, supplementarla.   

  1. Swain, R., An update of vitamin B12 metabolism and deficiency states. J Fam Pract, 1995. 41(6): p. 595-600.
  2. Langan, R.C. and K.J. Zawistoski, Update on vitamin B12 deficiency. Am Fam Physician, 2011. 83(12): p. 1425-30.
  3. Tucker, K.L., et al., Low plasma vitamin B12 is associated with lower BMD: the Framingham Osteoporosis Study. J Bone Miner Res, 2005. 20(1): p. 152-8.
  4. Stabler, S.P., Vitamin B12 deficiency. N Engl J Med, 2013. 368(21): p. 2041-2.
  5. Fonseca, V., S.C. Guba, and L.M. Fink, Hyperhomocysteinemia and the endocrine system: implications for atherosclerosis and thrombosis. Endocr Rev, 1999. 20(5): p. 738-59.
  6. Morris, M.S., Homocysteine and Alzheimer’s disease. Lancet Neurol, 2003. 2(7): p. 425-8.
  7. Dietrich-Muszalska, A., et al., The oxidative stress may be induced by the elevated homocysteine in schizophrenic patients. Neurochem Res, 2012. 37(5): p. 1057-62.
  8. Jager, A., et al., Serum homocysteine levels are associated with the development of (micro)albuminuria: the Hoorn study. Arterioscler Thromb Vasc Biol, 2001. 21(1): p. 74-81.
  9. Ankar, A. and S.S. Bhimji, Vitamin, B12 (Cobalamin), Deficiency. 2017.
  10. Roth, J.R., J.G. Lawrence, and T.A. Bobik, Cobalamin (coenzyme B12): synthesis and biological significance. Annu Rev Microbiol, 1996. 50: p. 137-81.
  11. Girard, C.L., et al., Apparent ruminal synthesis and intestinal disappearance of vitamin B12 and its analogs in dairy cows. J Dairy Sci, 2009. 92(9): p. 4524-9.
  12. Seetharam, B. and D.H. Alpers, Absorption and transport of cobalamin (vitamin B12). Annu Rev Nutr, 1982. 2: p. 343-69.
  13. Mickelsen, O., Intestinal synthesis of vitamins in the nonruminant. Vitam Horm, 1956. 14: p. 1-95.
  14. Croft, M.T., et al., Algae acquire vitamin B12 through a symbiotic relationship with bacteria. Nature, 2005. 438(7064): p. 90-3.
  15. Andres, E., et al., Vitamin B12 (cobalamin) deficiency in elderly patients. CMAJ, 2004. 171(3): p. 251-9.
  16. de Jager, J., et al., Long term treatment with metformin in patients with type 2 diabetes and risk of vitamin B-12 deficiency: randomised placebo controlled trial. BMJ, 2010. 340: p. c2181.

 

 

Il microbo è nulla, il terreno è tutto “Claud Bernard”


 

E’ molto difficile rispondere in modo sintetico a questa domanda perché i campi da trattare sarebbero immensi. Oggi i lavori scientifici sono veramente tanti e si è visto che il microbiota è coinvolto nella patogenesi di moltissime malattie.

Cos’ è il Microbiota?
Il microbiota è una grande e complessa comunità microbica che colonizza le mucose del nostro corpo (quindi non solo l’intestino ma anche la bocca, la vagina, il tratto urinario, l’occhio, il tratto respiratorio, etc) e comprende non solo i batteri ma anche altri microbi come i funghi, gli archea, i virus e i protozoi [1]. Attualmente l’interesse della comunità scientifica si è focalizzato sul microbiota intestinale la cui alterazione è stata dimostrata essere associata ad una grande varietà di malattie che vanno dalle malattie infiammatorie intestinali [2] e alla sindrome dell’intestino irritabile [3], alle malattie metaboliche come obesità e diabete [4], malattie allergiche [5], malattie neurodegenerative.

Dalla seconda metà del XX Secolo è diventato evidente che il microbiota non sono contribuisce alla salute dell’uomo in vari modi ma gioca anche un importante ruolo nello sviluppo. Infatti, l’assenza di microbiota può avere effetti significativi sull’anatomia e la fisiologia.

Il microbiota intestinale  è un organo con un’ampia capacità metabolica e una sostanziale plasticità funzionale che trae le sostanze nutritive per la sua sopravvivenza principalmente dai carboidrati ingeriti con la dieta. La fermentazione batterica dei carboidrati produce metaboliti generalmente favorevoli ossia acidi grassi a catena corta come il butirrato, propionato e acetato che sono ricche fonti di energia per l’ospite [5]. Se i carboidrati sono limitati, i batteri si rivolgono a fonti energetiche alternative con conseguente produzione di altri metaboliti che possono essere dannosi per la salute umana (attenzione quindi alle diete iperproteiche).

Il butirrato è probabilmente l’acido grasso a catena corta più importante per la salute umana. Esso costituisce la fonte energetica chiave per i colonociti umani e ha anche potenziali attività anti-cancro perché ha la capacità di indurre la morte delle cellule tumorali del colon e di regolare l’espressione genica [6]. Ci sono anche prove che il butirrato può regolare l’omeostasi del glucosio [7].

Il propionato è una fonte di energia per le cellule epiteliali e sembra essere una molecola importante nella segnalazione del senso di sazietà.

L’acetato è, invece, l’acido grasso a catena corta più abbondante.  All’interno del corpo umano, l’acetato viene trasportato nei tessuti periferici e utilizzato nel metabolismo del colesterolo e nella lipogenesi, e recenti studi indicano che svolge anche un ruolo significativo nella regolazione dell’appetito [8].

Il microbiota intestinale ha un impatto positivo anche sul metabolismo lipidico infatti alcune specie sono in grado di aumentare l’efficienza dell’idrolisi lipidica mediante la regolazione dell’espressione di una colipasi richiesta dalla lipasi pancreatica per la digestione lipidica [9].

Diversi studi in roditori privi di microflora intestinale  e in volontari umani, hanno permesso di dimostrare che il microbiota intestinale può sintetizzare alcune vitamine, in particolare la vitamina K  e vitamine del gruppo B, tra cui biotina, cobalamina, folati, acido nicotinico, piridossina, riboflavina e tiamina [10].

Queste vitamine sono importanti per il metabolismo batterico, ma anche per quello dei mammiferi.

Ad esempio, i ratti privi di microbiota, alimentati senza un integratore alimentare di vitamina K hanno bassi livelli di protrombina e sviluppano emorragie [11].

Inoltre, volontari umani che hanno seguito per 3-4 settimane una dieta con scarse quantità di alimenti contenenti vitamina K non hanno sviluppato la carenza della vitamina, ma quelli trattati con un antibiotico ad ampio spettro per sopprimere il microbiota hanno mostrato una significativa diminuzione dei livelli di protrombina del plasma [54].
Il microbiota svolge un ruolo fondamentale anche nella formazione e nel funzionamento del sistema immunitario. In cambio, il sistema immunitario si è in gran parte evoluto come mezzo per mantenere la relazione simbiotica dell’ospite con questi microbi molto diversi.

Quando funziona in modo ottimale questa alleanza sistema immunitario-microbiota induce risposte protettive verso agenti patogeni e permette la tolleranza verso antigeni innocui.

Tuttavia, nei paesi ad alto reddito l’uso eccessivo di antibiotici e i cambiamenti nella dieta hanno selezionato un microbiota che manca di resilienza e di diversità necessarie per stabilire risposte immunitarie equilibrate.

Tutto ciò è responsabile del drammatico aumento dei disturbi autoimmuni e infiammatori. Qui ci sarebbe da aprire un capitolo veramente molto ampio.

Per cui mi fermerei qui ma sappiate che l’argomento non è assolutamente trattato in maniera esaustiva.

Servirebbero pagine e pagine.

Ma per rispondere in maniera sintetica alla domanda, la flora intestinale è essenziale per mantenere un buono stato di salute perché interagisce con vari sistemi all’interno del nostro corpo, modulandone la risposta.

E’ importante sapere che in condizioni normali, si ritiene che il tratto gastrointestinale fetale sia sterile; la prima esposizione del sistema immunitario a batteri commensali si verificano durante il passaggio attraverso il canale del parto (per questo è molto importante il parto naturale).

La colonizzazione del tratto gastrointestinale continua durante l’allattamento con il latte materno.

Infatti, il colostro e il latte materno contengono microbi vivi, metaboliti, IgA, cellule immunitarie e citochine. Questi fattori sono essenziali per formare il microbiota del bambino e modulare poi la risposta immunitaria[12] e non solo.

 

 

  1. Sekirov, I., et al., Gut microbiota in health and disease. Physiol Rev, 2010. 90(3): p. 859-904.
  2. Ferreira, C.M., et al., The central role of the gut microbiota in chronic inflammatory diseases. J Immunol Res, 2014. 2014: p. 689492.
  3. Kennedy, P.J., et al., Irritable bowel syndrome: a microbiome-gut-brain axis disorder? World J Gastroenterol, 2014. 20(39): p. 14105-25.
  4. Karlsson, F., et al., Assessing the human gut microbiota in metabolic diseases. Diabetes, 2013. 62(10): p. 3341-9.
  5. Macfarlane, S. and G.T. Macfarlane, Regulation of short-chain fatty acid production. Proc Nutr Soc, 2003. 62(1): p. 67-72.
  6. Steliou, K., et al., Butyrate histone deacetylase inhibitors. Biores Open Access, 2012. 1(4): p. 192-8.
  7. De Vadder, F., et al., Microbiota-generated metabolites promote metabolic benefits via gut-brain neural circuits. Cell, 2014. 156(1-2): p. 84-96.
  8. Frost, G., et al., The short-chain fatty acid acetate reduces appetite via a central homeostatic mechanism. Nat Commun, 2014. 5: p. 3611.
  9. Hooper, L.V., et al., Molecular analysis of commensal host-microbial relationships in the intestine. Science, 2001. 291(5505): p. 881-4.
  10. Hill, M.J., Intestinal flora and endogenous vitamin synthesis. Eur J Cancer Prev, 1997. 6 Suppl 1: p. S43-5.
  11. Gustafsson, B.E., et al., Effects of vitamin K-active compounds and intestinal microorganisms in vitamin K-deficient germfree rats. J Nutr, 1962. 78: p. 461-8.
  12. Belkaid, Y. and T.W. Hand, Role of the microbiota in immunity and inflammation. Cell, 2014. 157(1): p. 121-41.

 

 

“Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo” Ippocrate di Coo


E’ vero che la spirulina aumenta le difese immunitarie e ti da più energia?

Innanzitutto vediamo cos’è la spirulina.

È un cianobatterio  e si trova naturalmente nei laghi calcarei tropicali e subtropicali con valori elevati di pH e concentrazioni di sale elevate, come carbonato e bicarbonato. E’ conosciuta in tutto il mondo, e fin da tempi antichi, per il suo potenziale valore nutrizionale.

Attualmente la spirulina viene maggiormente utilizzata secca negli integratori alimentari. Prima di vedere quali sono i valori nutrizionali e le proprietà benefiche della spirulina, vorrei sottolineare come molto importante sia la scelta dell’integratore da utilizzare. Infatti, ogni microalga utilizzata nei nutraceutici possiede una distinta forma morfologica. L’analisi morfologica al microscopio è molto utile per identificare la presenza di specie di alghe diverse che potrebbero essere tossiche per l’organismo. Per ottenere un risultato affidabile, il controllo qualità richiede un trattamento specializzato, un buon strumento e uno specialista in algologia capace di identificare la specie, in particolare in caso di presenza di microalghe tossiche facilmente coltivabili o casualmente presenti. Inoltre, durante il processo di preparazione delle compresse, la forma originale delle microalghe può essere parzialmente distrutta.  Per cui è molto importante scegliere un integratore che sia sicuro. [1]

Passiamo agli aspetti nutrizionali e benefici.

Il contenuto proteico della Spirulina varia da 60 al 70% del peso secco. Oltre alla quantità, è anche importante valutare la qualità del contenuto proteico e la spirulina contiene tutti gli aminoacidi essenziali. Ci sono degli studi che affermano che seppur contenga il 60% di proteine abbia ridotte quantità di metionina, cisteina e lisina rispetto alla carne, alle uova e al latte (ma questa conclusione viene fatta confrontando appunto la spirulina con le proteine animali). La maggior parte dei ricercatori sono invece concordi nell’affermare che ha un contenuto quantitativamente superiore alle proteine ​​vegetali tipiche, come quella dei legumi. [2]

La spirulina presenta una frazione lipidica di circa 5-10% del suo peso secco. E’ una buona fonte di acidi grassi essenziali come acido gamma-linolenico e linoleico e acidi oleici. In particolare, è considerata la fonte vegetale con più alta quantità di acido gamma-linolenico. Quest’ultimo è molto importante perché è il precursore delle prostaglandine, leucotrieni e trombossani (mediatori dei processi infiammatori).

Contiene solo il 4-6% di acidi nucleici per peso secco; questi valori sono  molto inferiori a quello di altre fonti proteiche e questo è molto importante perché il catabolismo degli acidi nucleici produce acido urico, poiché le purine – adenina e guanina – sono degradate. Alti livelli di acido urico sono correlati allo sviluppo di gotta, calcoli renali e, più recentemente, malattie cardiovascolari.[3]

Un interessante dibattito riguarda la vitamina B12. La maggior parte dei cianobatteri commestibili, come la spirulina, non contengono naturalmente la vitamina B12, ma prevalentemente contengono pseudovitamina B12, che è inattiva nell’uomo [4]. Pertanto, l’American Dietetic Association afferma che la spirulina non può essere considerata come una fonte affidabile di vitamina B12 attiva[5].

La spirulina è anche una buona fonte di beta-carotene che, dopo essere stato assorbito,viene biotrasformato in vitamina A, potente antiossidante.

Le sostanze nutritive inorganiche di maggior rilievo nella spirulina sono il ferro, il calcio e il fosforo. In particolare il suo contenuto di ferro è elevato e non contenendo fitati/ossalati, presenti in cereali e legumi, il ferro contenuto nella spirulina è facilmente assimilabile. Questo consente di utilizzarla in caso di anemia[6]
E’ stato dimostrato che il suo ha effetti cardiovascolari positivi, abbassando la pressione sanguigna e riducendo il colesterolo[7]

Inoltre diversi studi dimostrano che la  spirulina o i suoi estratti possono prevenire o rallentare il cancro. Si ritiene che alcuni tumori siano il risultato di un DNA danneggiato all’interno della cellula e questo porta ad una crescita incontrollata delle stesse. Esiste però all’interno delle cellule un sistema di enzimi speciali chiamati “endonucleasi” che riparano il DNA danneggiato e mantengono le cellule vive e sane. Le radiazione o le tossine possono inibire questi enzimi, gli errori nel DNA non possono essere riparati e il cancro può svilupparsi.Studi in vitro suggeriscono che i polisaccaridi unici che sono presenti nella spirulina stimolano le endonucleasi [8].

La spirulina è anche un potente tonico per il sistema immunitario. Non solo lo stimola, ma permette anche di generare nuove cellule del sangue. Incrementa l’attività di componenti importanti del sistema immunitario come le cellule staminali del midollo, le cellule T e le cellule dell’immunità naturale [6]. Migliora la funzionalità di milza e timo.

La ficocianina contenuta nella spirulina agisce sulle cellule staminali del midollo. Le cellule staminali sono le cellule da cui si originano i globuli bianchi e i globuli rossi. E’ stato dimostrato che la ficocianina stimola l’ematopoiesi (la creazione del sangue) e imita l’effetto dell’erotropoietina ormonale (EPO). EPO è prodotta dai reni e regola la produzione di globuli rossi. Pensate che la spirulina è stata approvata in Russia come medicinale da utilizzare per il trattamento delle malattie da radiazioni. I bambini di Chernobyl soffrono di avvelenamenti da radiazioni. Il loro midollo osseo è danneggiato e non sono in grado di produrre normali globuli rossi o bianchi. Sono deboli e soffrono di terribili reazioni allergiche. E’ stato dimostrato che  la somministrazione di cinque grammi di spirulina al giorno porta ad un miglioramento delle condizioni di questi bambini.

Contiene tutti gli aminoacidi essenziali, è ricca in clorofilla, beta carotene e cofattori e altri fitotossici naturali.

Come abbiamo già detto è ricca di acido gamma linolenico (GLA). L’acido gamma linolenico agisce per ridurre l’infiammazione.

La spirulina è un “cibo funzionale” perché promuove una flora intestinale sana, in particolare Lactobacilli e Bifidi. Il mantenimento di una sana popolazione di questi batteri nell’intestino diminuisce potenziali problemi da patogeni opportunistici come E. coli e Candida albicans.

Per cui per rispondere in modo sintetico alla domanda possiamo dire che un buon integratore di spirulina può aumentare le difese immunitarie, aiutare a sconfiggere l’anemia, ripristinare una flora intestinale corretta e tutto ciò può portare ad un aumento di energia totale anche per il fatto che si ha una riduzione dei processi infiammatori.

 

 

  1. Nicoletti, M., Microalgae Nutraceuticals. Foods, 2016. 5(3).
  2. Gutierrez-Salmean, G., L. Fabila-Castillo, and G. Chamorro-Cevallos, Nutritional and Toxicological Aspects of Spirulina (Arthrospira). Nutr Hosp, 2015. 32(1): p. 34-40.
  3. Culleton, B.F., et al., Serum uric acid and risk for cardiovascular disease and death: the Framingham Heart Study. Ann Intern Med, 1999. 131(1): p. 7-13.
  4. Watanabe, F., et al., Pseudovitamin B(12) is the predominant cobamide of an algal health food, spirulina tablets. J Agric Food Chem, 1999. 47(11): p. 4736-41.
  5. Position of the American Dietetic Association and Dietitians of Canada: vegetarian diets. Can J Diet Pract Res, 2003. 64(2): p. 62-81.
  6. Akao, Y., et al., Enhancement of antitumor natural killer cell activation by orally administered Spirulina extract in mice. Cancer Sci, 2009. 100(8): p. 1494-501.
  7. Juarez-Oropeza, M.A., et al., Effects of dietary Spirulina on vascular reactivity. J Med Food, 2009. 12(1): p. 15-20.
  8. Pang, Q.S., B.J. Guo, and J.H. Ruan, [Enhancement of endonuclease activity and repair DNA synthesis by polysaccharide of Spirulina platensis]. Yi Chuan Xue Bao, 1988. 15(5): p. 374-81.

 

 

L’acqua è la materia della vita. E’ matrice, madre e mezzo. Non esiste vita senza acqua. (Albert Szent-Gyorgyi)


La domanda di oggi per il nostro blog è:

Quanta acqua bisognerebbe bere al giorno?

Per rispondere a questa domanda innanzitutto sono andata sul vocabolario a vedere cosa significa la parola sete. Sia il dizionario Treccani che Garzanti danno questa definizione:Treccani:  séte (ant. o dial. séta) s. f. [lat. sĭtis]. – 1. Sensazione del bisogno di ingerire acqua che si manifesta con un senso di secchezza delle mucose del cavo faringeoGarzanti: Sete [sé-te] n.f.1. bisogno di bere, che si manifesta con una sensazione di arsura alla bocca e alla golaLa voglia di bere è, quindi, un istinto naturale regolato da un feedback negativo tra il cervello e altri organi del corpo.
L’acqua è la molecola più abbondante nel corpo umano, ed ha una serie di importanti funzioni interne: mantenimento della temperatura corporea; trasporto di vitamine, minerali, ormoni e altre sostanze; azione lubrificante, etc. Tutti sappiamo che si può sopravvivere solo pochi giorni senza bere e la sete serve proprio a preservare la sopravvivenza. Ma come funziona?Esistono, a livello dell’ipotalamo, dei recettori sensoriali (osmorecettori) che rilevano i cambiamenti di pressione osmotica  (cioè della concentrazione di soluti sciolti nel sangue). Quando l’ipotalamo rileva un elevata osmolarità induce lo stimolo della sete e la produzione da parte della neuroipofisi  della vasopressina (ADH)La vasopressina non fa altro che aumentare la permeabilità a livello renale e quindi la quantità di acqua riassorbita.  La sete viene indotta anche attraverso un altro meccanismo che è quello della renina-angiotensina. Il sistema renina-angiotensina si occupa del controllo omeostatico del volume del sangue. Quando il volume del sangue è basso, degli osmorecettori a livello del rene stimolano la produzione di renina che trasforma l’angiotensinogeno in angiotensina I convertita poi in angiotensina II nei polmoni da un enzima denominato ACE (conoscerete gli ACE inibitori, usati per l’ipertensione).L’angiotensina II stimola il surrene a produrre aldosterone che aumenta la ritenzione idrica e agisce sull’ipotalamo inducendo lo stimolo della sete. [1-2]

Detto il meccanismo complesso quanto mai meraviglioso passiamo alla domanda della nostra Silvia.

Quanta acqua dobbiamo bere?

La sete porta a bere. Per cui si dovrebbe bere quando si ha sete. Tuttavia oramai l’acqua è disponibile liberamente per cui a volte la sensazione di sete non si percepisce quasi mai. Inoltre, c’è da dire che il nostro stile di vita ci induce a ignorare lo stimolo della sete perché impegnati a lavoro o troppo impegnati a far quadrare tempi e necessità per cui capita che la sensazione della sete venga inibita o non riconosciuta. In questi casi, è necessario per i primi tempi sforzarsi di bere un po’ di più rispetto a quanto si fa ed ascoltarsi per ritornare a sentire quello che naturalmente il corpo ci dice. Attualmente si è diffusa l’affermazione: “ Mi raccomando, beva molta acqua”. Questa affermazione può essere fuorviante infatti anche l’acqua in eccesso può essere dannosa perché sovraccarica i reni. Per cui, dico sempre ai miei pazienti: “il bere è tendenzialmente un istinto innato che spesso precede un forte stimolo di sete e quindi non c’è una quantità giusta da bere al giorno ma semplicemente sarebbe necessario ascoltare il corpo e bere quando c’è l’istinto di farlo o quando si ha sete, senza costrizioni particolari se non in soggetti anziani o affetti da particolari patologie”  .

 

 

  1. McKinley, M.J. and A.K. Johnson, The physiological regulation of thirst and fluid intake. News Physiol Sci, 2004. 19: p. 1-6.
  2. Thornton, S.N., Thirst and hydration: physiology and consequences of dysfunction. Physiol Behav, 2010. 100(1): p. 15-21.

 

 

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